Gianni
LA GALAVERNA
Quando nominai la galaverna per la prima volta, Marianna mi guardò curiosa e stupita, come se il vocabolo provenisse da linguaggi remoti nello spazio e nel tempo, o fosse frutto della mia immaginazione.
Eppure lei, che era nata in un luogo stretto tra le brume lattiginose che si levano dai campi di pianura e la ripida processione delle querce e dei carpini sul contrafforte rugoso della montagna, questo fenomeno della galaverna doveva conoscerlo bene. Doveva conoscere il merletto di cristallo sulla tele del ragno, la fuliggine candida che d’improvviso riempie l’aria, e imbianca la terra e i fili d’erba e i davanzali: che veste la campagna come un fantasma già molto prima che la neve si decida ad arrivare.
Certo Marianna ricordava la neve, le orme stampate sulla neve fresca che diventavano un sentiero e si liquefacevano nel fango sotto il primo sole di febbraio; ricordava le gelate e i germogli bruciati dalla brina; la galaverna no, non la ricordava: non era, per lei, altro che brina. Un poco più spessa, ma brina.
Rientrammo, mentre la galaverna turbinava mossa da una lievissima brezza di ponente, mentre io le spiegavo perché la galaverna non è brina.
“Quante cose sai!”, mi disse, ammirata dal mio conoscere le differenze sottili tra le cose che accadono nell’atmosfera; ma anche con il rimpianto di non potere, in questo, tenermi testa. Nel tepore della sua casa, ci sedemmo fianco a fianco sul velluto del divano.
Avrei potuto raccontarle il moto delle nuvole, decifrarle il favonio che scende dalle Alpi, raggiungere l’azzurro dei cieli con le correnti che risalgono vertiginose il fianco delle montagne e scendere poi sulla terra a cavallo dell’arcobaleno; ma fuori c’era la galaverna e vicino a me Marianna che mi guardava come fossi il più grande degli uomini. Quel suo sguardo, che era una preghiera, io lo lessi come un ordine, e non fui capace di disobbedire.
Oggi, che la galaverna s’è posata indelebile sui nostri capelli, Marianna ha lo sguardo profondo di chi conosce il segreto delle cose, e insegna ai bimbi come distinguere l’una dall’altra ogni meteora. Io, invece, ho il dubbio di non avere ancora imparato a distinguere le sottili sfumature di questa grande cosa che è stata, ed è tuttora, il nostro amore. Marianna, in questo, mi tiene ancora testa.
Renato M. Fondi
tratto da:
Racconti di Renato M.Fondi
a cura di G. Gavioli e note di A. Robbins e F. Romanò











