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Alberi & Funghi

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Come ho precentemente spiegato nel post precedente ho deciso di iniziare una rubrica mensile sulle varie specie arboree dei boschi italiani e sulle specie fungine reperibili in tali boschi.....

Un lavoro che ho chiamato Alberi & Funghi che stavolta ha l'approvazione del CRL Amint

Per questo ripubblico qua il file sul castagno riveduto e corretto "Realizzato da Maurizio Meacci revisione CLR di AMINT"

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La specie arborea trattata per il mese di maggio è:

 

Il Castagno

 

Il Castagno (Castanea sativa) è una latifoglia della famiglia delle Fagaceae, presente in tutto il territorio Italiano e distribuito normalmente nella fascia tra i 200 e i 1.000 m (raramente sopra i 1.200 m), la sua presenza è molto limitata in Sicilia, Sardegna e gran parte del versante Adriatico, a causa dell’aridità e del tipo di suolo non ottimale.

Originario del Miocene (tra 24 e 5 milioni di anni fa), il Castagno si spinse nel terziario fino in Groenlandia poi progressivamente, con il raffreddamento del clima che precedette le glaciazioni pleistoceniche (tra 1,8 milioni e 11.000 anni fa), dovette ritirarsi verso sud, scomparendo dall’arco alpino rifugiandosi in zone a Clima Mediterraneo.

Attualmente il Castagno è diffuso in Africa settentrionale (Marocco e Tunisia), in Europa centrale (dai Balcani ai Carpazzi), in area atlantica (Francia e Cornovaglia) e ben rappresentato anche in Turchia.

In Italia è una pianta spontanea, ma si deve ai Romani la sua diffusione in tutta la Penisola ove, nel tardo medioevo, raggiunse la massima estensione insieme alla Vite e all’Ulivo, perdendo poi progressivamente importanza quando gli si preferì la cerealicoltura; per secoli i suoi frutti hanno sfamato intere generazioni di contadini, tanto che nel IV secolo a.C. Senofonte l’aveva ribattezzato “albero del pane” ma, ad oggi, rischiamo di perdere questa lunga tradizione alimentare.

Da un punto di vista ecologico, il Castagno contribuiva fortemente alla stabilità del suolo evitando frane e smottamenti e, grazie allo sfalcio regolare, limitando i danni causati dagli incendi, inoltre, laddove il Castagno veniva tagliato ogni 10/15 anni, gli alberi risultavano più forti sani e produttivi.

Per una vegetazione ideale, il Castagno ha bisogno di essere liberato dai rami più vecchi un paio di volte l’anno, in questo modo, questa splendida pianta sarà in grado di ricompensarci con frutti sani e di notevole qualità; fino a 50 anni fa questo compito, come dicevamo, era egregiamente svolto dai contadini (tradizionalmente montani) poi, a partire dal secondo dopoguerra, l’abbandono delle campagne ha fatto sì che molti castagneti venissero abbandonati a loro stessi o addirittura abbattuti.

Il Castagno predilige suoli freschi e profondi di moderata pendenza su versanti non troppo soleggiati, mentre i pendii rocciosi ed eccessivamente esposti, di solito, vengono colonizzati dalla Roverella; necessita inoltre di un buon tasso di umidità ed un indice di piovosità (circa 600 mm. annui) ben distribuito anche nella stagione estiva, anche se non ha grandi esigenze in fatto di suolo, i terreni troppo calcarei non esaltano la vegetazione di questa essenza.

Grazie all’azione dell’uomo, nei castagneti coltivati sono pressoché assenti le piccole piantine, gli arbusti e le erbe che in altri infestano il sottobosco, dando così l’immagine di un bosco particolarmente pulito e luminoso.

Il Castagno ha una vita lunghissima, si parla di piante che sono arrivate ad un'età di 2.000 ed addirittura 4.000 anni, come nel castagneto "dei Cento Cavalli" in Sicilia, sul versante orientale dell’Etna.

Il sottobosco di Castanea sativa può essere ricco di Muschio, Felci, talvolta Erica e Brugo, regalandoci un habitat adattissimo a tutte e 4 le specie di Boleti che chiamiamo Porcini, infatti, possiamo trovare i primissimi Boletus pinophilus a maggio/giugno, gli Estatini ovvero i Boletus aestivalis a giugno, poi in successione B. edulis e B. aereus, che risultano essere i migliori Porcini da un punto di vista organolettico, a patto che vengano consumati velocemente, dato che hanno una minore consistenza di quelli di Faggio o di Abete Rosso.

La stagione fungina del Castagno, in genere, è molto lunga e contempla moltissime specie ma si differenzia dal tipo di castagneto, se da frutto oppure ceduo.

Nei marroneti, dove il sottobosco è privo di foglie, il micelio fungino può sfruttare al meglio l'irradiazione solare che, filtrando tra le fronde, favorisce la nascita di primizie tra le quali: Boletus pinophilus, B. aestivalis e boleti a polpa gialla come: B. regius, B. appendiculatus o B. luridus; il Castagno entra inoltre in simbiosi con i Cantarelli, le Russule e varie Amanite, Ovolo (Amanita cesarea) comprese.

Il bosco ceduo di Castagno, invece, inizia a fruttificare in ritardo rispetto al marroneto e comunque il periodo estivo, per il castagneto ceduo, non è altrettanto generoso, dovremo attendere quindi settembre e preferire i pendii ricchi di Mirtillo per trovare tutti i Boleti tranne il Pinicola anche se, in compenso, potremo trovare moltissime altre specie fungine tra le quali: Russole, Cantarelli, Cortinari, Tricolomi e sui tronchi le Lingue di Bue faranno la loro comparsa, insomma, potranno sbocciare fino a 500 specie diverse in un solo bosco e se la stagione sarà benevola potremo raccogliere una cinquantina di specie mangerecce. La stagione prosegue poi per tutto ottobre e alla caduta delle foglie, potremo trovare funghi di ottima taglia, a fine stagione, invece, potremo scorgere famigliole di Chiodini amari e poco pregiati, tuttavia, nei marroneti coltivati potremo trovare funghi fino a novembre, soprattutto Boletus pinophilus e Cantharellus cibarius.

Castagno_rev_CLR.doc

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La specie arborea trattata per il mese di giugno è:

 

Il Faggio

 

Il Faggio è una latifoglia (Fagus sylvatica) della famiglia delle Fagaceae presente in tutto il territorio Italiano tranne che in Sardegna, oltre che in boschi misti con presenza di Castagno, Abete bianco e Abete rosso, questa essenza è presente in montagna (fino a 1.800 m) sia sull'arco alpino che in Appennino con crescita anche esclusiva (faggete pure); le piante isolate assumono normalmente un aspetto imponente con una chioma ampiamente ramificata, nei boschi invece, si sviluppano in tronchi lunghi e slanciati terminando con chiome affusolate e ramificate solo nella parte superiore.

Il Faggio può raggiungere un'altezza media da 15 a 40 m, ha foglie di forma ovale-ellittica molto riconoscibili, lucide, il tronco è di colore grigio con radici anche affioranti, talvolta molto contorte.

Come dicevamo, questa pianta vegeta a discrete altitudini, di solito possiamo trovarla sopra i 1.000 m al di sopra dei castagneti o dei querceti con i quali si mescola e fino ai 1.500 mt dove incontra i Pini e gli Abeti (sia rossi che bianchi), queste altitudini però, variano a seconda della latitudine e longitudine in cui il Faggio vive, infatti, mentre sulle Alpi la quota si abbassa man mano che ci spostiamo verso est, tanto che in Friuli possiamo trovare esemplari quasi in pianura, sull’Appennino vive nella fascia 1.000 e 1.800 m, abbassandosi ulteriormente fino a 600/800 m al Sud Italia.

L’ambiente ideale per il Faggio è detto “oceanico”, caratterizzato cioè, da un tasso di umidità piuttosto elevato e da temperature non soggette a notevoli sbalzi, infatti, le medie delle temperature di gennaio non dovrebbero scendere sotto i – 4° e quelle di luglio non superare i 21°, mentre, la piovosità media annua, ben ripartita nelle varie stagioni, dovrebbe superare i 1.000 mm.

Il Faggio necessita di un clima più fresco e umido di quello, ad esempio, del Castagno e teme in maniera particolare i periodi di siccità prolungata. Sono proprio queste caratteristiche a limitarne la diffusione, questa essenza infatti, risulta assente sulle Alpi Lepontine, in modo particolare nell’area del san Gottardo e poco presente anche in Val Pusteria e lungo l'alto corso della Dora Baltea oltre a quelle zone dove spira forte il Fohn, invece, laddove si addensano nebbie e brume, il Faggio trova un ambiente ideale, per questo, sugli Appennini possiamo trovarlo anche sulle creste.

Il sottobosco di Faggio spesso è colorato da vistose fioriture ed oltre al Mirtillo nero o rosso, possiamo trovare Felci ed altri arbusti come l'Erica, grazie alla quale, talvolta, possono nascere i Porcini neri.

Per quanto riguarda i funghi, sotto Faggio i ritrovamenti possono essere eccezionalmente numerosi come assenti: mentre in pecceta o nel castagneto, qualcosa nel cestino si riesce sempre a mettere, nella faggeta l’attività fungina può letteralmente esplodere o addormentarsi per cui, in alcuni periodi può assomigliare ad un "deserto micologico" dove non è possibile scorgere nemmeno un fungo, in altri, è un pullulare di specie pregiate come Porcini, Cantarelli e Colombine, ma la condizione del sottobosco permette talvolta ai cercatori di scorgere i funghi anche da lontano.

Nel periodo primaverile le specie presenti sono numericamente scarse: si può trovare qualche Spugnola quando vi siano presenti dei Frassini, per i Marzuoli invece dobbiamo preferire le faggete con presenza di qualche conifera dove però, con un po’ di fortuna, potremo scovare i migliori Marzuoli della stagione.

In tarda primavera è possibile incappare nei primissimi Boletus pinophilus, a patto che la temperatura sia clemente e soprattutto che il Faggio sia misto a Castagno.

 

Ad inizio estate, nelle radure e lungo i margini del bosco possono sbocciare, anche abbondanti, Boletus aestivalis (Estatini), Citopilus prunulus e molti esemplari di Amanite senza anello (Sezione Vaginatae) mentre nel fitto, crescono molto bene Russula cyanoxantha e Amanita rubenscens. Soltanto ad agosto inoltrato, se le piogge e le temperature saranno quelle ideali, avremo la buttata vera e propria di Boletus edulis sanissimi e bellissimi, moltissime Russole e Cortinari, ed in funzione delle locali condizioni climatiche (presenza di abbondanti piogge) potremo trovare anche le Trombette dei Morti, in seguito, se il clima si manterrà adatto, avremo un settembre ricchissimo di funghi di ogni specie compresi moltissimi Cantarelli, cercando di evitare i Chiodini prodotti in questo habitat perché, a giudizio di alcuni, amari e poco appetitosi.

In ottobre infine, mentre ci sarà un notevole calo di produzione al Nord Italia, al Sud la stagione nel Faggio si potrà allungare ancora qualche di settimana, ma finirà nettamente in anticipo rispetto al castagneto, al querceto e alla pineta.

Una consiglio sempre valido è: se durante le nostre escursioni incontreremo le "curiose" Xerula radicata, riconoscibili per la lunga radice profondamente interrata, o, Collybia kuehneriana normalmente raccolie in folti cespi, dovremo ricordarci di tornare in quella zona dopo una settimana circa e, con un po’ di fortuna, potremmo trovarci in mezzo ai Porcini!

Faggio_rev_CLR.doc

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Per luglio trattiamo:

Abete bianco

 

L’Abete bianco (Abies alba o Abies pectinata) è molto diffuso nell’Italia centrale, spesso viene confuso con l’Abete rosso (Picea excelsa o Picea abies detto comunemente Peccio), dal quale si differenzia per alcune caratteristiche abbastanza evidenti: la disposizione degli aghi sul ramo i quali, nel Peccio sono di colore uniforme e inseriti nel ramo in ogni direzione, nell’Abete bianco invece, sono biancastri nella pagina inferiore e inseriti in due serie opposte a formare un ”doppio pettine”; gli strobili o meglio le pigne, sono rivolte in basso e cadono intere se di Abete rosso, verso l’alto e si disarticolano nell’Abete bianco; infine, osservando la corteccia, noteremo sfumature rosse su quella di Peccio, argentate se la pianta è un Abete bianco.

L'Abete bianco è molto longevo e non è raro imbattersi esemplari di diversi secoli, supera facilmente i 30 metri di altezza, creando un ambiente bellissimo con esemplari che, talvolta, raggiungono i 50 m e con tronchi di 3 m di diametro alla base; l'apparato radicale molto profondo, che arriva oltre il metro e mezzo, e le terminazioni laterali pronunciate ne fanno la conifera maggiormente resistente allo sradicamento; ha un fusto dritto e cilindrico con portamento eretto e ama le zone ombreggiate, soltanto i giovani esemplari assumono la tipica forma piramidale con la corteccia liscia e di colore grigio-biancastro, la quale invecchiando, si desquama andando ad assumere sfumature sempre più scure.

Nel periodo della maturità, cioè dai 50 agli 80 anni, la crescita apicale dell'Abete bianco tende a rallentare fino ad arrestarsi, mentre i rami bassi continuano ad espandersi fino a creare una specie di conca detta “a nido di cicogna”, è una pianta monoica e fiorisce generalmente nella seconda metà del mese di maggio, producendo infiorescenze poco appariscenti e prive di petali, le femminili andranno a formare le classiche pigne, di cui abbiamo già accennato, rivolte verso l’alto che possono arrivare alla lunghezza di 18 cm.

Gli strobili (pigne) germinano sulla parte superiore dei rami e sono formati da squame appressate, inizialmente di colore verde poi, a maturazione ultimata, appaiono di colore bruno-rossastro e disarticolandosi, liberano i semi che sono presenti alla loro attaccatura.

Nonostante sia possibile reperire l'Abete bianco in tutto il territorio italiano, in quanto è spontaneo alle nostre latitudini dalle Alpi all’Aspromonte, predilige quelle vallate percorse dalle correnti umide del Mediterraneo e questo lo rende una pianta con distribuzione non omogenea. Nelle zone alpine, spesso, viene soppiantato dal Larice e dal Peccio.

Nel corso dei secoli l'Abete bianco è stato notevolmente sfruttato dall'uomo come materia prima per la carpenteria navale, l'edilizia e la falegnameria; in tempi più recenti invece, per la produzione di carta ed affini, attualmente è molto meno usato in quanto, pur essendo leggero, molto tenero e vulnerabile agli agenti atmosferici è poco confacente alle attuali tecnologie costruttive. Presenta però anche molti pregi che lo rendono unico: non contiene molta resina, ha una buona resistenza meccanica, è ottimo per la costruzione di strumenti musicali con cassa di risonanza e ha sfumature molto belle di un caratteristico rosso-aranciato; le gemme sono ricche di oli essenziali ed hanno proprietà antinfiammatorie, antireumatiche e diuretiche; le foglie sono ricche di vitamina A e forniscono trementina utile in medicina umana e veterinaria per curare contusioni e strappi muscolari, infine, dalla corteccia si ricava una resina detta “trementina di Strasburgo” impiegata come ingrediente fondamentale per la produzione di vernici.

Il sottobosco di Abete bianco è molto simile a quello di Abete rosso ma ha la caratteristica di essere più "caldo" ed infatti la produzione fungina è precoce e allo scioglimento delle nevi, a volte già dal mese di gennaio, possiamo assistere alla nascita del Marzuolo o Dormiente (Hygroporus marzuolus) la cui presenza può protrarsi fino a maggio; spesso reperibile in grandi gruppi, è un fungo che ha bisogno di molta acqua, nasce laddove la stessa ristagna: avvallamenti, buchette, canali ecc. è un fungo molto difficile da trovare, dato che si confonde molto bene con il sottobosco e spesso viene confuso con i sassi affioranti.

In primavera è possibile incontrare i primi Finferli (Cantharellus cibarius), mentre da giugno a novembre è possibile trovare il Lactarius salmonicolor (Sanguinello), molto abbondante ma il meno pregiato tra i Lattari a lattice aranciato. Per quanto riguarda le Boletacee invece, a fine maggio primi di giugno ed in ottobre possiamo assistere alla fruttificazionei dei Rossi Boletus pinophilus, poi in successione B. aestivalis e B. edulis che, in certe annate, possono essere molto abbondanti. Molto più comuni invece, i boleti a pori rossi come il Boletus luridus , Boletus erythropus e Boletus rubrosanguineus. A pori gialli segnaliamo l’esclusivo Boletus subappendiculatus.

Abete_Bianco.doc

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Per agosto parliamo di:

Abete Rosso

 

L’Abete rosso, (Picea Excelsa) comunemente chiamato “Peccio”, è una conifera che fa parte della famiglia delle Pinaceae, in Italia è distribuito essenzialmente in tutto l’arco alpino, con qualche presenza sull’Appennino Settentrionale e Toscano. Normalmente vegeta ad una quota variabile dai 1.000 m ai 1800 m e ha un fusto in età adulta che varia dagli 8 m ai 30 m, eccezionalmente raggiunge i 60 m.

La corteccia è di colore grigio-bruno con strato inferiore bruno-ferruggineo; nei rami secondari è bruno-rossastra, con scaglie longitudinali di 1x3 mm. Ha gli aghi disposti a spirale non troppo acuminati, di sezione quadrangolare e si riconosce dall’Abete bianco proprio per queste caratteristiche, in quanto quest’ultimo li ha inseriti in due serie opposte a doppio pettine e la sezione dell’ago risulta a sezione appiattita.

I boschi di Abete rosso profumano sempre in modo molto intenso, spesso sono molto silenziosi, grazie anche al soffice tappeto di aghi che attutisce il rumore dei passi. Sono boschi molto freschi ed ombrosi, grazie al riparo che le chiome offrono dalla luce del sole, spesso con il sottobosco ricoperto da muschio. Se lasciati a sé stessi, i boschi di peccio, tendono a creare un rinnovamento naturale, creando così zone miste dove l’abete svetta altissimo ed altre dove le giovani piantine prendono il posto di quelle cadute, abbattute dalla vecchiaia. L’uomo ha modificato fortemente la naturale diffusione di questa conifera, disboscandola in alcune zone per creare pascoli e rimboscando in altre anche a quote molto basse rispetto a quelle naturali, infatti in certe zone ha sostituito il Faggio quasi fino a lambire la pianura. Nella fascia dell’Italia centrale è stato introdotto dall’uomo salvo alcune zone dell’Appennino Pistoiese e sul Monte Amiata, dove rappresenta un vero “relitto glaciale”.

Possiamo dire che l’ambiente ideale di diffusione dell’Abete rosso è rappresentato dall’Europa Centrale. È una pianta continentale che teme l’umidità ed il calore portati dalle correnti marine; ama invece il suolo umido, fresco, tanto che cresce bene anche in prossimità di stagni e torbiere; resiste ottimamente a temperature molto rigide e vegeta bene anche in periodi di scarsa piovosità. Il Peccio è piuttosto indifferente alla composizione del suolo e attecchisce bene sia in terreni acidi che calcarei. Le radici di Abete Rosso sono piuttosto superficiali e raramente penetrano nel terreno oltre il metro di profondità, per questo motivo è relativamente facile da sradicare; ha una crescita rapida dalla fase giovanile fino verso i 50 anni, successivamente la velocità di accrescimento rallenta, è normale incontrare piante oltre il secolo di vita e non è raro imbattersi in esemplari di oltre 500 anni di età. Anche le dimensioni possono diventare titaniche, con tronchi dalla circonferenza intorno ai 5 metri. In quota, soprattutto nelle Alpi Centrali, la pecceta via via lascia il posto ai pascoli e al Larice, in altre zone, invece, nella stessa fascia, possiamo trovare il Pino Mugo e l’Ontano. Il bosco d’Abete rosso, di solito, è molto fitto, quindi difficile da penetrare sia dalla pioggia che dalla luce, tende perciò ad avere un sottobosco spoglio. In quota, spesso, risulta privo di flora a parte un po’ di muschio, qualche felce e qua e là il Mirtillo rosso. Ad altezze inferiori, invece, quando si mescola con il faggio e con le altre latifoglie, possiamo trovare un sottobosco molto più ricco, dove abbonda il mirtillo nero ed il Farfaraccio.

Nella pecceta, vivono molte specie fungine, ma il re incontrastato della foresta risulta essere il Boletus edulis. Possiamo scorgerlo sia tra il muschio, sia tra gli aghi, sotto il Farfaraccio, nei canaloni ed a quote moderate può addirittura esplodere in fioriture da urlo. Indiscutibilmente il via alla stagione fungina nell’Abete rosso viene dato da un fungo che solitamente si credeva tipico dell’abete bianco: l’ Hygropurus marzuolus, ovvero il Dormiente.

È forse il fungo più difficile da trovare, in quanto si mimetizza perfettamente con l’ambiente in cui vive ed è una specie ipogea, cioè che vive molto interrato. Questa caratteristica permette al Marzuolo di prosperare nonostante sia ricercatissimo per l’alta “sportività” della preda e per il suo uso a 360° in cucina. Altro fungo facilmente reperibile è la Russula mustellina che spesso viene scambiata, di primo aCchito, per un porcino a causa del colore pileico molto simile. Ovviamente farà la sua comparsa, seppur molto meno frequente, anche il Porcino rosso che, in questi ambienti, può raggiungere taglie mastodontiche, spesso reperibile nel Mirtillo nero. Moltissime Russula e Cortinarius abitano il sottobosco della pecceta, oltre ai ricercatissimi Finferli. Dopo il Marzuolo fa la sua comparsa lo Strobilurus esculentus , proseguendo poi con le Spugnole (Genere Morchella). In estate i Boletus aestivalis fioriranno qua e là insieme alle Bubboline e ai Boletus pinophilus tra il Mirtillo nero, quindi sbocceranno gli Imbutini che precederanno di una decina di giorni i bellissimi Boletus Edulis. A volte in Agosto è consigliabile spingersi in alta quota, fino quasi al limite della vegetazione per trovare bellissimi e sanissimi B.edulis. Il Boletus pinophilus riprenderà con vigore verso fine Settembre periodo in cui i Finferli invaderanno il sottobosco insieme alle Morette. Con l’arrivo della neve, la stagione fungina volgerà al termine, anche se Sanguinelli, Boleti a pori rossi, e gli Xerocomus badius troveranno il modo di continuare a comparire, magari semicongelati anche fino a Novembre. Un particolare accorgimento va sempre tenuto ben presente per la ricerca fruttuosa nell’Abete rosso: molto spesso i funghi di quest’habitat tendono a ripararsi dietro alle radici degli alberi, è buona norma, quindi, iniziare le ricerche a salire e quando ci troveremo a scendere, ogni tanto è consigliabile voltarsi ad osservare il bosco dal basso verso l’alto, prestando attenzione non solo alle radici, ma anche alle rocce affioranti, è li che Finferli e Porcini cercano riparo e calore.

Abete_Rosso.doc

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Per adesso andiamo in fase di riposo con la rubrica Alberi & Funghi

Riprenderemoappena possibile con nuove specie arboree.

Per ora godetevi questi due ultimi e importanti Alberi: Gli Abeti bianco e rosso

Arrivederci a presto Moc

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