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Alessandro F

Curiosità micologiche

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Premessa

 

Dare un nome alle cose è una tipica caratteristica della cultura umana. Nomi vengono dati a esseri animati o inanimati, a oggetti tangibili o a concetti astratti, a creazioni tecnologiche o a teorie filosofiche, a suoni, a immagini, a numeri, ecc.: da sempre costituisce un ottimo modo per comunicare con gli altri senza dover ricorrere a lunghi (e spesso fuorvianti) giri di parole. È insomma uno dei propulsori che mette in moto la macchina della conoscenza umana a qualsiasi livello la si voglia intendere. Conoscere e far conoscere.

 

È chiaro che se si parla, per esempio, di albero sappiamo tutti cosa vuol dire perché l’idea astratta (appresa fin da piccoli) che tale nome evoca ci conduce esattamente lì... ma a doverlo spiegare a parole e senza usare termini specifici la cosa diventerebbe assai complicata.

 

Ma è anche vero che ricerche antropologiche hanno riscontrato come fino alla metà del secolo scorso esistessero in Africa o in Australia popolazioni che non contemplavano nel loro linguaggio la parola albero, e il motivo era semplice: non ne avevano bisogno (!) perché, dipendenti dall’ambiente circostante com’erano, avevano attribuito ad ogni singola specie arborea conosciuta un nome ben preciso e il concetto astratto di albero non poteva recare vantaggi ulteriori per la loro sopravvivenza. Un po’ come con i numeri: tante popolazioni indigene africane avevano adottato nomi specifici per i numeri da 1 a 5; poi c’era un generico “molti”... evidentemente non ne sentivano la necessità!

 

Per i funghi vale lo stesso discorso: si può parlare di funghi in senso astratto e generale o di una entità specifica. Dipende dal contesto. E allora avremo a che fare con nomi scientificamente validi e universalmente riconosciuti, nomi dialettali, nomi dati a raggruppamenti che a loro volta contengono altri raggruppamenti e così via, come in una nutrita collezione di matrioske. Ma questi nomi da dove saltano fuori? E perché? Chi li ha utilizzati per la prima volta? E perché proprio quel nome e non un altro? E ancora: quel particolare nome ha sempre indicato quel fungo o quella categoria di funghi o ha cambiato destinazione col passare dei secoli?

 

L’etimologia sicuramente può aiutare a capire l’origine di molti nomi: ad esempio Amanita e Agaricus sono nati per motivi “geografici”; Boletus in latino vuol dire “zolla” e, per estensione, qualcosa di rotondeggiante che nasce dal suolo; Lactarius è dovuto ad una caratteristica contingente, lo stesso vale per Russula, ecc.

 

Ma l’etimologia non può spiegare il motivo per cui nomi che oggi sono indissolubilmente legati a particolari Generi hanno, nel corso dei secoli, cambiato più e più volte destinazione, addirittura con attribuzioni invertite rispetto a quelle odierne (basti pensare all’inversione significativa del binomio Boletus/Amanita che, in antichità, stava ad indicare l’opposto di ciò che intendiamo oggi).

 

In effetti una spiegazione non esiste: nel corso dei secoli c’è stato semplicemente il bisogno “culturale” (voglia di conoscere e di far conoscere, o anche semplice curiosità, tipica della razza umana) di attribuire un nome ad alcuni raggruppamenti di funghi per rendere immediatamente chiaro, tramite quel nome, cosa si intendesse.

 

Nelle note che seguiranno parleremo delle vicissitudini dei nomi di alcuni Generi di funghi tra i più noti ai micofili.

 

 

 

Origine e vicissitudini del nome Agaricus

 

Se oggi un micologo dice che quel particolare fungo appartiene al Genere Agaricus, ci viene subito a mente il portamento tipico di un “prataiolo”; poco importa se quel fungo è stato trovato in una pineta o in un querceto o in un prato: il “prataiolo” rimane come immediato termine di paragone. Ma le cose non sono sempre state così semplici; anzi il concetto di Agaricus ha subito nel corso dei secoli numerose evoluzioni, indicando di volta in volta specie fungine o raggruppamenti eterogenei e diversi tra loro.

 

Il vocabolo Agaricus ha origini antichissime e fu usato all’inizio per designare un fungo lignicolo ben conosciuto e ricercato in antichità per le sue (presunte o meno che fossero) proprietà medicinali: si tratta dell’attuale Laricifomes officinalis (Villars: Fries) Kotlaba & Pouzar (= Fomitopsis officinalis = Fomes officinalis). Tale fungo in greco antico veniva indicato con αγαρικόν (agarikòn) da cui, nelle varie traslitterazioni latine, Agaricus o Agaricum o Agaricon. Oltre alle varie proprietà medicinali che gli sono state attribuite fino a tutto il 1600, tale fungo era utilizzato anche come potente emostatico oppure, ben macinato e ridoto in polvere, come ingrediente per la preparazione di amari medicinali a base di erbe; si trattava perciò di un fungo ricercato che poteva portare buoni guadagni ai raccoglitori.

 

D’altra parte, in greco moderno, la parola αγαρικόν significa anche “campestre”. Da questo “bisticcio” linguistico è nata un po’ di confusione riguardo all’etimologia del termine Agaricus: molti infatti pensano che significhi esclusivamente “campestre” (e, in questo caso, l’odierno Agaricus campestris starebbe a indicare “campestre campestre”!) ma l’origine, per così dire fungina, di tale termine non è sui prati ma sugli alberi.

 

Troviamo il vocabolo αγαρικόν in alcuni scritti del medico Pedacio Dioscoride (nativo della Cilicia, vissuto nel I secolo dopo Cristo, famoso medico militare e civile ai tempi dell’imperatore Claudio prima e di Nerone poi). I suoi trattati sulla medicina godettero di un notevole successo, tanto che furono considerati come base scientifica autorevole per molti secoli a venire: addirittura durante il Rinascimento le sue opere erano ancora in auge e venivano ulteriormente ampliate e tradotte in italiano volgare.

 

Nel suo trattato “De Materia Medica” Dioscoride descrive l’ αγαρικόν con precisione, ne elenca le proprietà medicamentose, indica le modalità di impiego e fa riferimento alle zone in cui si può raccogliere tale fungo, indicando nella regione di Αγαρία (Agarìa, abitata da una popolazione scita, gli Agari, e collocata nella Russia meridionale) una terra ricca di tali funghi e con qualità medicamentose migliori di quelli reperibili in Cilicia (luogo di origine di Dioscoride).

 

Ma è Plinio il Vecchio (Como, 23 d.C. - odierna Castellammare di Stabia, 24 agosto 79 d.C., durante l’eruzione del Vesuvio) che fornisce ulteriori informazioni (seppure con molte inesattezze) sull’Agaricum. Tra le pagine della sua opera enciclopedica “Naturalis historia”, Plinio offre (primo caso nella storia) una discreta trattazione sui funghi. Vi si parla dei funghi conosciuti all’epoca, della loro commestibilità o della loro velenosità riportando le credenze popolari dell’epoca sul motivo della tossicità (crescita vicino a ferri arrugginiti, vicino a panni fradici e sporchi, vicino a tane di serpenti, ecc. che tanto hanno influenzato l’immaginario collettivo fino ai nostri giorni...). Vi si parla dei Boletus (intesi all’epoca come l’attuale Amanita caesarea), dei Suilli (odierne boletacee) e di altri funghi tra cui non poteva mancare l’Agaricum. Plinio lo descrive come fungo dalle importanti proprietà medicamentose, bianco, dall’odore resinoso, luminoso al buio, crescente sui faggi della Gallia; tali errori sono da imputare alle fonti informative greche cui attingeva Plinio e che non sempre erano corrette; in effetti gli autori greci cui fa riferimento Plinio si trovano al di fuori dell’area di diffusione del larice (esclusiva pianta ospite del Laricifomes officinalis) e quindi avevano essi stessi informazioni di seconda mano; inoltre appellavano col nome generico di Gallia le zone alpine. Plinio ci informa infine che l’Agaricum poteva essere conservato per lunghi periodi senza perdere le sue proprietà medicamentose e perciò veniva inviato verso Roma anche da zone molto lontane. Tali zone, nella maggior parte dei casi, erano tenute segrete dagli stessi raccoglitori che da questo commercio ne ricavavano un discreto guadagno.

 

Ritroviamo l’Agaricum presso gli scritti un altro famoso medico dell’antichità, Claudio Galeno (129-200 d.C): ancora col significato dell’attuale Fomitopsis officinalis, e ancora grazie alle sue qualità medicamentose.

 

Il termine Agaricum indicherà per tutto il Medio Evo e oltre l’attuale Fomitopsis officinalis. Ne ritroviamo traccia, per esempio, presso gli scritti botanici del medico e naturalista Pier Andrea Mattioli (Siena 1501 - Trento 1577). Per inciso: dall’antichità fino a dopo il Rinascimento, i medici non potevano fare a meno di interessarsi di botanica (anzi era proprio materia fondamentale di studio) per apprendere e utilizzare le proprietà medicamentose di erbe, fiori, piante, ecc. Il Mattioli, parlando dell’Agaricum, ne loda le qualità che potevano essere utilizzate per curare molti disturbi e malattie, fa riferimento agli errori di Plinio concernenti l’habitat e le zone di diffusione, e raccoglie lui stesso numerosi Agaricum presso i lariceti del Trentino per preparare pozioni e medicine.

 

Stesse informazioni, e sempre utilizzando il termine Agaricum, le abbiamo dal medico-anatomista Pier Andrea Cesalpino (1525 – 1603; famoso perché fu il primo a scoprire l’esatto meccanismo della circolazione sanguigna; per di più da molti considerato come il padre della Botanica italiana). Il Cesalpino è importante anche in micologia perché nei suoi pionieristici tentativi di catalogare le conoscenze micologiche dell’epoca (prototipo della successiva branca della “sistematica”), aveva suddiviso i funghi in ben 17 raggruppamenti (prototipi del successivo concetto di Genere).

 

La svolta avviene nel ‘700 ad opera di uno dei più grandi botanici di tutti i tempi: il francese Joseph Pitton De Tournefort (1656 – 1708, direttore dell’Orto botanico di Parigi). Il Tornefort aveva, fra l’altro, dato una prima ed accettabile definizione di Genere come lo intendiamo oggi. Un suo lavoro, “Elements de botanique” dato alle stampe nel 1694, fu considerato testo fondamentale e caposaldo della botanica almeno fino a quando la fama delle opere di Linneo, dalla metà del ‘700 in poi, offuscherà i lavori precedenti. In tale lavoro (in cui appare chiara l’esigenza di gettare delle solide basi di quella che in seguito sarà chiamata “sistematica botanica”) il Tournefort divide il Regno vegetale in 17 raggruppamenti e nel 17° vi pone i funghi che suddividerà a sua volta in 7 Generi (Fungus, Fungoides, Boletus, Agaricus, Lycoperdon, Coralloides, Tuber) descrivendo in tutto circa 160 specie di funghi.

 

Per inciso: Lycoperdon è utilizzato per la prima volta nella storia, come traduzione in greco del modo di dire popolare francese “vesse de loup” (= loffa, scoreggia di lupo) con cui venivano designate le “vesce” [dal greco lúkos (λΰκοσ) = lupo e pérdomai (πέρδομαι) = scorreggiare]; Boletus ancora non stava ad indicare quello che intendiamo noi oggi, bensì funghi dal cappello contenente alveoli o finestre (all’incirca le odierne morchellacee, fallacee, clatracee, ecc.). D’altra parte Boletus (che in latino significa zolla, o comunque qualcosa di rotondeggiante che sorge dal terreno) non aveva mai indicato nell’antichità ciò che intendiamo oggi ma, nella maggior parte dei casi, l’attuale Amanita caesarea e, per estensione, altre specie di Amanita attuali. Gli attuali porcini (o comunque le boletacee attuali) erano indicati dagli antichi Romani con Suilli (da Suillus = maiale, perché i maiali ne erano ghiotti), mentre dai Greci con Amanita: quindi con un netto capovolgimento rispetto ai concetti attuali.

 

Ma torniamo all’Agaricus: il termine viene utilizzato dal Tournefort per circoscrivere quei funghi che nascono per lo più sugli alberi o sulle loro radici: si tratta quindi di una generalizzazione che fa passare dal termine Agaricum (= singolo fungo lignicolo, crescente sul larice) al termine Agaricus (= Genere, nel senso del Tournefort, di funghi con una caratteristica discriminante data dall’habitat di crescita); di Agaricus il Tournefort ne descrive 18 specie tra cui, micologi successivi, hanno riconosciuto molte Polyporaceae, ma anche alcune specie di Tremella e l’odierna Auricularia auricula-judae.

 

Altra tappa: questa volta in terra tedesca. Il vocabolo Agaricus è presente nel lavoro del 1719 “Cathalogus plantarum circa Gissam sponte nascentium” del medico e botanico tedesco Johann Jakob Dillen (= Dillenius, 1687-1747 considerato il fondatore della crittogamologia). Il Dillenius ampliò gli studi del Tournefort e dette una nuova impostazione alla nascente scienza micologica elaborando (in base a caratteri morfologici ben definiti) una sua sistematica assai articolata e funzionale. Dopo aver diviso il regno dei funghi in due classi ben distinte (prima classe: con funghi aventi cappello e gambo ben differenziati; seconda classe: con funghi privi di cappello differenziato dal gambo) il Dillenius passa ad elencare le caratteristiche morfologiche che, secondo la sua teoria, separano i vari Generi. E la scelta dei nomi da attribuire ai vari Generi fungini porta a delle novità: tra la decina di Generi individuati dal Dillenius vi sono anche le Amanita (funghi della prima classe aventi lamelle), i Boletus (funghi della prima classe con tubuli e pori; e sarà la prima volta nella storia che il termine Boletus indica funghi con tali caratteristiche e che li avvicinano alla definizione odierna), gli Agaricus (funghi della seconda classe, sprovvisti anche di gambo, con forma piana e orizzontale, con lamelle o pori, con superfici di varia natura)

 

Quindi il Dillenius riprende in parte l’idea del Tournefort, indicando con Agaricus una categoria di funghi che, se non era necessario fossero lignicoli, in realtà e data la sua definizione di Agaricus, ne contenevano molti. Ma una delle cose più particolari nell’opera del Dillenius non è tanto la destinazione del termine Agaricus, quanto la specie presa dal Dillenius come rappresentativa del suo Genere Amanita (oggi diremmo “specie tipo”): si tratta del fungo da lui chiamato Amanita campestris che, dalla sua descrizione, corrisponde ad un moderno Agaricus del Sottogenere Rubescentes (per taluni proprio all’odierno Agaricus campestris).

 

E arriviamo a Linneo (1707-1778): considerato il più grande botanico di tutti i tempi, nonché padre della nomenclatura binomiale (cioè la denominazione di ogni specie, animale o vegetale che sia, composta dal nome del Genere seguito da quello della Specie), Linneo classificò una infinità di specie viventi basandosi sul loro sistema riproduttivo e sugli elementi sessuali, introducendo una prassi che ancor oggi viene seguita. A tal proposito è fondamentale la sua opera "Species Plantarum" del 1753. Da rilevare però che il suo contributo alla micologia non fu assolutamente proporzionale alla sua fama in quanto, rifiutando l’uso del microscopio e non prendendo troppo in considerazione le importantissime scoperte del micologo fiorentino Antonio Micheli (scopritore delle spore), non era in grado di determinare gli “elementi sessuali” dei funghi; che considerò come una branca della botanica priva di particolare interesse, oltreché ostica da studiare.

 

Comunque (seppur con scarso entusiasmo) Linneo dettò la sua classificazione per i funghi: ma invece di mantenere il nome di Amanita per i funghi lamellati come aveva fatto il Dillenius (o, meglio ancora, indicare con Amanita gli odierni “prataioli” come si poteva dedurre dalla “specie tipo” del Dillenius), Linneo preferì adottare per i funghi con cappello, gambo e lamelle il nome Agaricus, svuotando il termine Amanita (che non appare nei suoi scritti) di qualunque significato e imponendo al mondo scientifico un nuovo concetto legato al nome Agaricus: un assemblamento eterogeneo e numerosissimo di specie e Generi fungini accomunati tra loro dal possedere lamelle e gambo e cappello ben distinti. In seguito Linneo stesso corresse la caratterizzazione degli Agaricus circoscrivendone l’ambito a un raggruppamento più vicino a quello attuale.

 

Il termine Agaricus fu poi riutilizzato, con uso “cumulativo”, dal grande micologo svedese Elias Magnus Fries (1794 - 1878) per comprendere parecchie centinaia di specie di funghi a lamelle, oggi distribuiti in molti Generi distinti. Il Fries indicò col Sottogenere Psalliota [dal greco psálion = frangia e otós = orecchio (qui però nel senso di cappello); e quindi = col cappello ornato di frange, per le squamature più o meno persistenti sul cappello] quelli che poi, da micologi successivi (soprattutto il Karsten in un suo lavoro del 1879), saranno definitivamente chiamati Agaricus e che corrisponderanno al Genere Agaricus come lo intendiamo oggi.

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Premessa

 

Dare un nome alle cose è una tipica caratteristica della cultura umana. Nomi vengono dati a esseri animati o inanimati, a oggetti tangibili o a concetti astratti, a creazioni tecnologiche o a teorie filosofiche, a suoni, a immagini, a numeri, ecc.: da sempre costituisce un ottimo modo per comunicare con gli altri senza dover ricorrere a lunghi (e spesso fuorvianti) giri di parole. È insomma uno dei propulsori che mette in moto la macchina della conoscenza umana a qualsiasi livello la si voglia intendere. Conoscere e far conoscere.

 

È chiaro che se si parla, per esempio, di albero sappiamo tutti cosa vuol dire perché l’idea astratta (appresa fin da piccoli) che tale nome evoca ci conduce esattamente lì... ma a doverlo spiegare a parole e senza usare termini specifici la cosa diventerebbe assai complicata.

 

Ma è anche vero che ricerche antropologiche hanno riscontrato come fino alla metà del secolo scorso esistessero in Africa o in Australia popolazioni che non contemplavano nel loro linguaggio la parola albero, e il motivo era semplice: non ne avevano bisogno (!) perché, dipendenti dall’ambiente circostante com’erano, avevano attribuito ad ogni singola specie arborea conosciuta un nome ben preciso e il concetto astratto di albero non poteva recare vantaggi ulteriori per la loro sopravvivenza. Un po’ come con i numeri: tante popolazioni indigene africane avevano adottato nomi specifici per i numeri da 1 a 5; poi c’era un generico “molti”... evidentemente non ne sentivano la necessità!

 

Per i funghi vale lo stesso discorso: si può parlare di funghi in senso astratto e generale o di una entità specifica. Dipende dal contesto. E allora avremo a che fare con nomi scientificamente validi e universalmente riconosciuti, nomi dialettali, nomi dati a raggruppamenti che a loro volta contengono altri raggruppamenti e così via, come in una nutrita collezione di matrioske. Ma questi nomi da dove saltano fuori? E perché? Chi li ha utilizzati per la prima volta? E perché proprio quel nome e non un altro? E ancora: quel particolare nome ha sempre indicato quel fungo o quella categoria di funghi o ha cambiato destinazione col passare dei secoli?

 

L’etimologia sicuramente può aiutare a capire l’origine di molti nomi: ad esempio Amanita e Agaricus sono nati per motivi “geografici”; Boletus in latino vuol dire “zolla” e, per estensione, qualcosa di rotondeggiante che nasce dal suolo; Lactarius è dovuto ad una caratteristica contingente, lo stesso vale per Russula, ecc.

 

Ma l’etimologia non può spiegare il motivo per cui nomi che oggi sono indissolubilmente legati a particolari Generi hanno, nel corso dei secoli, cambiato più e più volte destinazione, addirittura con attribuzioni invertite rispetto a quelle odierne (basti pensare all’inversione significativa del binomio Boletus/Amanita che, in antichità, stava ad indicare l’opposto di ciò che intendiamo oggi).

 

In effetti una spiegazione non esiste: nel corso dei secoli c’è stato semplicemente il bisogno “culturale” (voglia di conoscere e di far conoscere, o anche semplice curiosità, tipica della razza umana) di attribuire un nome ad alcuni raggruppamenti di funghi per rendere immediatamente chiaro, tramite quel nome, cosa si intendesse.

 

Nelle note che seguiranno parleremo delle vicissitudini dei nomi di alcuni Generi di funghi tra i più noti ai micofili.

 

 

 

 

Origine e vicissitudini del nome Amanita

 

Il nome Amanita (che oggi indica un ben specifico Genere di funghi) potrebbe derivare dal nome di un monte che si trova in Grecia, nella catena del Tauro in Cilicia: tale monte oggi si chiama Almà-Dag ma in antichità era conosciuto come Monte Αμανόσ (Amanòs); col nome latino Amànus è riportato anche nei suoi scritti da Cicerone che, verso il 50 a. C., era governatore nella provincia romana della Cilicia.

 

Da alcuni documenti dell’epoca risulta che tale monte Amanòs fosse famoso per la quantità di funghi che vi crescevano; e forse non è un caso che in greco antico il termine che indicava “funghi mangerecci” fosse proprio αμανίται (amanítai).

 

Il termine αμανίται lo ritroviamo successivamente anche in testi di natura medica in cui si disserta di tossicità o meno dei funghi. Per esempio da Claudio Galeno (129-200 d.C.; medico greco di Pergamo ma che fu famoso anche a Roma) apprendiamo che i funghi venivano divisi all’epoca in tre classi distinte: gli Amanítai (dal Galeno intesi come i nostri Porcini attuali, ma che gli antichi Romani chiamavano Suilli), i Bolités (ossia i “Boleti” nel senso antico della Roma dell’epoca, cioè gli Ovoli attuali), e i Mykés (i rimanenti funghi con cappello e gambo). Il Galeno sconsiglia vivamente di cibarsi di funghi ritenuti non nutrienti e pericolosi per le loro proprietà tossiche: questo vale soprattutto per i Mykés; d’altra parte è noto che l’attuale Amanita caesarea (l’antico Bolités) fosse assai apprezzato all’epoca, così come sappiamo del fiorente commercio di Suilli (attuali porcini) che già esisteva, addirittura con importazione di porcini secchi dall’Oriente.

 

È quindi chiaro come in antichità il termine αμανίται (amanítai) non abbia mai avuto il significato odierno. Anzi è evidente l’inversione di attribuzione (rispetto all’attuale) che in antichità c’era tra Amanítai (attuali porcini del Genere Boletus) e Bolités (attuale specie appartenente al genere Amanita).

 

Col passare dei secoli la situazione si è, se così si può dire, ancora di più ingarbugliata: mentre in Europa fino a metà del ‘700 tale termine continuerà ad indicare gli attuali porcini, in Grecia sembra che αμανίται passasse ad indicare quelli che oggi chiamiamo genericamente “prataioli” (odierno Genere Agaricus; e anche questo nome ne ha passate di vicende prima di approdare al suo significato attuale!). In effetti il micologo inglese John Ramsbottom (1885-1974) in alcune sue ricerche verso la metà del secolo scorso, riferisce che in Grecia vi erano abbondantissime crescite di Agaricus campestris, apprezzato dalle popolazioni locali che lo chiamavano αμανίτησ (amanìtes) oppure, in linguaggio dialettale, μανιτάρι (manitàri).

 

In Italia, in pieno Rinascimento e con il rifiorire della speculazione scientifica e naturale seguita ad un millennio relativamente buio, troviamo molti riferimenti ai funghi: sia riguardo alla loro commestibilità, sia riguardo alla loro natura (piante, animali, minerali, con generazione spontanea o meno: le domande erano molteplici) o al modo di coltivarli.

 

Negli scritti del napoletano Giovan Battista Porta (1540-1615; cultore di scienze naturali e matematiche e fondatore di un’accademia scientifica) troviamo precisi riferimenti alle Amanite con tanto di descrizione e con l’informazione che così erano chiamate dagli antichi Greci, ma che corrispondevano in realtà ai Suilli nell’accezione degli antichi Romani. Vi troviamo anche indicazioni sui funghi chiamati nel napoletano dell’epoca Boleti: il Porta riferisce che i Greci li designavano con bolìtai mentre i napoletani li chiamavano Ovoli o Boloccioli a causa della somiglianza con le uova: evidentemente si tratta di Amanita nel senso odierno.

 

Ritroviamo il termine Amanita nell’opera del medico e botanico tedesco Johann Jakob Dillen (= Dillenius, 1687-1747, fondatore della crittogamologia); ma ora i tempi sono decisamente cambiati. Già dalla metà del ‘500 si era sentita l’esigenza di mettere ordine nelle scienze naturali: questo aveva portato a vari tentativi (più o meno fruttuosi) di catalogare gli esseri viventi (animali o vegetali) secondo criteri più oggettivi possibile; tentativi in tal senso erano stati già compiuti dal famoso medico-anatomista Pier Andrea Cesalpino (1525 – 1603, fu il primo a scoprire l’esatto meccanismo della circolazione sanguigna; importante in micologia perché nei suoi pionieristici tentativi di catalogare le conoscenze micologiche dell’epoca, aveva suddiviso i funghi in ben 17 raggruppamenti: prototipi del successivo concetto di Genere) e dal botanico francese Joseph Pitton De Tournefort (1656 – 1708, uno dei più grandi botanici di tutti i tempi, direttore dell’Orto botanico di Parigi). Il Tornefort aveva, fra l’altro, dato una prima ed accettabile definizione di Genere come lo intendiamo oggi.

 

Anche il Dillenius scrive di funghi e nel 1719 viene alla luce la sua opera più importante in materia: “Cathalogus plantarum circa Gissam sponte nascentium”; vi espone una nuova classificazione abbastanza articolata in cui parla, tra l’altro, di Genere Amanita e di Genere Boletus. Nella sua classificazione il Dillenius chiama Genere Amanita la categoria di funghi con cappello e con gambo e dotati di lamelle, mentre con Genere Boletus indica la categoria di funghi con cappello e con gambo ma dotati di tubuli e pori. Per inciso verrà indicata con Genere Agaricus la categoria di funghi privi di cappello, a forma piana ed orizzontale, sia con lamelle che con pori. Le caratteristiche morfologiche con cui il Dillenius costruisce la sua “sistematica” sono chiare e costanti (anche se ai nostri occhi possono apparire grossolane e troppo generiche).

 

Da notare come, per il Dillenius, nel Genere Amanita (funghi lamellati, con cappello e gambo) siano inseriti una grande quantità di specie fungine, nel Genere Agaricus troviamo moltissimi lignicoli (forse qui il Dillenius si riallaccia al nome che anticamente veniva dato ad un famoso lignicolo: l’ “Agaricum”, attuale Fomitopsis officinalis), mentre per la prima volta nella storia della micologia il Genere Boletus cambia caratterizzazione e viene ad avvicinarsi al significato attuale.

 

Altro particolare interessante riguarda la specie presa dal Dillenius come rappresentativa del suo Genere Amanita (oggi diremmo “specie tipo”): si tratta del fungo da lui chiamato Amanita campestris che, dalla sua descrizione, corrisponde ad un moderno Agaricus del Sottogenere Rubescentes (per taluni proprio all’odierno Agaricus campestris). A questo punto sembra quasi che il ciclo si chiuda e che si approdi ad una definitiva situazione conforme a quella riportata più sopra a proposito delle osservazioni del micologo John Ramsbottom (amanita = prataiolo)

 

Ma le cose non andranno così! Arriviamo a Linneo (1707-1778): considerato il più grande botanico di tutti i tempi, nonché padre della nomenclatura binomiale (cioè la denominazione di ogni specie, animale o vegetale che sia, composta dal nome del Genere seguito da quello della Specie), Linneo classificò una infinità di specie viventi basandosi sul loro sistema riproduttivo e sugli elementi sessuali, introducendo una prassi che ancor oggi viene seguita. A tal proposito è fondamentale la sua opera "Species Plantarum" del 1753. Da rilevare però che il suo contributo alla micologia non fu assolutamente proporzionale alla sua fama in quanto, rifiutando l’uso del microscopio e non prendendo troppo in considerazione le importantissime scoperte del micologo fiorentino Antonio Micheli (scopritore delle spore), non era in grado di determinare gli “elementi sessuali” dei funghi; che considerò come una branca della botanica priva di particolare interesse, oltreché ostica da studiare.

 

Comunque (seppur con scarso entusiasmo) Linneo dettò la sua classificazione per i funghi: ma invece di mantenere il nome di Amanita per i funghi lamellati come aveva fatto il Dillenius (o, meglio ancora, indicare con Amanita gli odierni “prataioli” come si poteva dedurre dalla “specie tipo” del Dillenius), Linneo preferì adottare per i funghi con cappello, gambo e lamelle il nome Agaricus, svuotando il termine Amanita (che non appare nei suoi scritti) di qualunque significato.

 

Siamo quasi alla fine di queste alternanze di significati. Fu il medico e scienziato Christian Hendrick Persoon (1755-1836; nato al Capo di Buona Speranza, ma educato in Germania) a recuperare il termine Amanita. Il Persoon si occupò proficuamente anche di botanica e soprattutto di micologia, cercando di mettere un po’ di ordine nella materia e nel gran numero di specie fungine che con il passare dei secoli erano state descritte magari con nomi uguali ma corrispondenti a specie diverse o viceversa. Poiché il termine Amanita era a disposizione (dopo la “cancellazione” di Linneo), il Persoon lo utilizzò per indicare in modo specifico quel Genere di funghi provvisti evidentemente di una volva.

 

Nel 1821 lo svedese Elias Fries (1794-1878, il più grande micologo di tutti i tempi) nel suo Systema mycologicum relegò il Genere Amanita del Persoon al rango di “tribù” del Genere Agaricus (nel senso Linneiano del termine), definendo quindi i funghi con evidente volva “Agaricus tribus Amanita” da cui vengono escluse le specie a sporata rosa (inserite nel 1899 dallo Spegazzini nel nuovo Genere Volvariella).

 

In seguito questa tribù fu di nuovo (e stavolta definitivamente!) elevata al rango di Genere. Ciò grazie ai micologi italiani Giuseppe Moretti (1782-1853) e Carlo Vittadini (1800-1865, allievo del Moretti): quest'ultimo nel 1826 pubblicherà la sua tesi di laurea in medicina, "Tentamen mycologicum seu Amanitarum Illustratio", in cui Amanita assurgerà definitivamente al rango di Genere.

 

Oggi il Genere Amanita porta come autore il nome di Persoon ed appare come Amanita Persoon (1797).

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Curiosità varie su Amanita phalloides

 

 

 

Amanita phalloides è letale in dosi modestissime

 

1. Un grammo di carne disidratata di Amanita phalloides (si considera qui il fungo da secco, senza presenza di sostanze acquose) contiene circa 1,050 mg di a-amanitina, 0,800 mg di b-amanitina e 0,100 mg di g-amanitina. In tutto 1,950 mg di amanitine per ogni grammo di fungo secco.

 

2. La dose letale media di amanitine ipotizzata per l'uomo è di 5-9 milligrammi (corrispondente a circa 0,1 mg per kg di peso corporeo dell’uomo; considerando un peso medio tra i 50 e i 90 kg).

 

3. Ciò vuol dire che occorrono soltanto 2,6 - 4,6 grammi di fungo secco per “raggiungere” la dose letale.

 

4. Considerando che i funghi sono costituiti dal 90% di acqua, tale quantità letale è quindi contenuta in circa 26-46 grammi di Amanita phalloides fresca, che praticamente corrisponde al cappello di un esemplare di medie dimensioni.

 

5. Poiché, cuocendo, i funghi perdono molta dell’acqua che li compone, si può concludere che con 8-15 grammi di Amanita phalloides cotta (un paio di forchettate!) si rischia di fare un viaggio senza ritorno.

 

 

Curiosità: dal TUTTO FUNGHI pag. 266:

 

Un ricercatore finanziato dal governo canadese sta studiando da anni la composizione delle sostanze che vengono indicate come “amatossine” e che costituiscono il veleno mortale contenuto nella Amanita phalloides; a oggi è riuscito a isolare almeno una decina di composti diversi. L’obiettivo di questa ricerca è molto ambizioso: capire con quali meccanismi le amatossine riconoscono le cellule epatiche, le tracciano, le raggiungono e infine le distruggono necrotizzandole. Qualora il ricercatore riuscisse a scoprire quali sono i ricettori che inducono a questa azione, potrebbe confondere chimicamente le amatossine e dirottarle verso cellule tumorali: otterrebbe in tal modo uno strumento incredibile per aggredire e distruggere completamente, in modo non cruento, tutte le cellule tumorali presenti in qualsiasi sede dell’organismo umano. Come si può facilmente intuire si tratterebbe della scoperta scientifica del secolo.

 

Spesso ci si chiede perché le lumache si nutrano senza apparente disagio di questo fungo; pericolosamente la credenza popolare affida a queste evidenze un valore di prova di dimostrata commestibilità: in verità i gasteropodi sono molto diversi dai mammiferi, possono permettersi regimi alimentari tra i più eccentrici e, soprattutto, non hanno un fegato che possa essere distrutto e necrotizzato dalle amatossine. Alcuni animali superiori hanno la capacità di insegnare alla prole dei comportamenti alimentari: i cuccioli tenderanno a scegliere gli stessi alimenti che vedono mangiare ai genitori; chi riesce a evitare alimenti velenosi cresce, si riproduce e trasferisce a sua volta queste nozioni apprese alle nuove generazioni.

 

 

 

Gli avvelenamenti “storici” da Amanita phalloides

 

La pericolosità dell’Amanita phalloides doveva essere ben conosciuta fin dall’antichità a livello popolare; semmai non era sempre certo il riconoscimento, a livello di ovolo, tra quelle mortali e quelle ottime mangerecce.

Comunque si narra che già nel 54 d. C. l’Imperatore Claudio fosse stato assassinato dalla moglie Agrippina che voleva far salire al trono suo figlio Nerone: sembra che Agrippina abbia fatto preparare dalla serva Locusta una spremuta di succo di un fungo velenosissimo e che abbia cosparso di tale succo una delle pietanze preferite dal marito: un piatto di quella che attualmente viene chiamata Amanita caesarea (ma che gli antichi romani chiamavano Boletus); i sintomi tardivi dell’avvelenamento e la loro tipologia, descritti dagli storici dell’epoca, hanno portato ad ipotizzare che il succo fosse proprio di Amanita phalloides.

 

Anche i familiari del poeta tragico greco Euripide (486 – 406 a.C.) si dice siano stati avvelenati con funghi mortali, probabilmente l’odierna A. phalloides.

 

Un Papa, nel 1534, pagò con la vita il tragico scambio tra ovoli buoni e ovoli di A. phalloides: si tratta di Papa Clemente VII. Aveva proibito la raccolta degli ovoli buoni nelle foreste circostanti Roma, permettendone la raccolta solo a suoi fiduciari, col duplice intento sia di riservarsi i benefici dovuti alla loro vendita sia di gustarne a piacere la prelibatezza. I trasgressori sarebbero stati puniti addirittura con la scomunica! Peccato che un maldestro raccoglitore non avesse fatto caso ad alcuni ovoli chiusi che, evidentemente, si presentavano tutti bianchi all’interno...

 

 

 

La scoperta della tossicità dell’Amanita phalloides

 

Nonostante fosse stata sicuramente causa di numerose stragi di micofagi in tutto il mondo, l’Amanita phalloides ha una particolarità inconsueta: rappresenta uno dei funghi studiati molto tardi (nel senso moderno del termine: cioè averne dato una descrizione corretta e rigorosa, basata su dati e caratteristiche costanti, rilevabili e riconoscibili), così come relativamente tardi ci si è resi conto (scientificamente e con certezza suffragata da analisi ed esperimenti) della sua inequivocabile tossicità mortale.

 

Il livello delle conoscenze di tossicologia micologica degli antichi è sempre stato assai scarso: basta considerare le teorie che raccolse Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nel suo “Naturalis historia” e che poi si sono tramandate per secoli fino a tutto il Medioevo e oltre (tossicità dovuta a crescita vicino a chiodi o ferri arrugginiti, vicino a tane di serpenti, nei pressi di panni sporchi, ecc.), alimentando un immaginario collettivo che non ha certo fatto bene alla salute di molti micofagi.

 

Solo nel 1727 venne descritta accuratamente per la prima volta l’attuale Amanita phalloides. A compiere la descrizione fu un medico-chirurgo e botanico francese Sebastien Vaillant (1669-1722) che ne parla nella sua opera “Botanicon parisiense” (pubblicata postuma, appunto nel 1727). Il Vaillant la chiama “Fungus phalloides anulatus, sordide virescentes et patulus” e dalla descrizione oltreché dalle raffigurazioni che ne corredano lo scritto fu riconosciuta dal Fries come Agaricus phalloides, oggi chiamata appunto Amanita phalloides (Vaillant: Fries 1821) Link 1833.

 

Purtroppo, per quanto riguarda la commestibilità, il Vaillant non fa commenti né per il suo Fungus phalloides né per gli altri funghi che descrive. Più di mezzo secolo dovrà trascorrere prima che si definisca scientificamente la sicura velenosità di tale fungo. Merito ancora di un francese: il medico e micologo Jean Jacques Paulet (1740-1826), considerato il fondatore della Tossicologia micologica. Nel suo “Traité des champignons” (opera redatta in più volumi, e stampata a Parigi a cavallo tra ‘700 e ‘800) il Paulet espone i dati sperimentali (compiuti su animali) e le osservazioni dirette (compiute su persone reduci da avvelenamenti fungini) che aveva raccolto da molti decenni. Oltre a indicare varie terapie per curare quanto più possibile gli avvelenamenti da alcuni funghi, arriverà a dimostrare l’inequivocabile tossicità-mortale dell’Amanita phalloides e di altre specie simili, contro la quale i rimedi dell’epoca erano inefficaci.

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Ecco Ale così riesco anche io a leggere nozioni importanti, molto meglio dei giganteschi libroni ...tu studi, ti fai un mazzo e poi ci fai un bel sunto particolarizzato e noi "mpariamo" Grande!!! :D:D

Un particolare augurio per il 2009 che a quel ricercatore canadese.... :cheers:

Complimenti ancora e tantissimi auguri a te Betti e famiglie!!! :forza:

Rudi :60:

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Grazie a tutti dei complimenti!!

È che qui ha fatto un sacco di neve sull'appennino, freddo boia al mattino con ghiaccio che se ne va verso le 11; voglia di andare a giro poca; manicaretti ottimi preparati da mamma e moglie (che vi saluta tutti!)... insomma per andare a funghi bisogna cercarne notizie nel computer!!

Un sincerissimo augurio di fine anno e di buon 2009!

:60::197:

:bye:

Alessandro

 

 

P.S.

Rudi: ci sentiamo per andare a inizio anno a fare un po' di foto agli alberi ghiacciati verso la Futa!!! :275::cheers:

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