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Alessandro F

Curiosità micologiche

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Origine e vicissitudini dei nomi Boletus e Suillus (prima parte)

 

Il termine boleto deriva dal greco βωλίτης (bōlítēs) da cui il latino boletus: sta a indicare "zolla". E pensando a una zolla (o comunque a qualcosa di rotondeggiante che "spunta" dal resto del terreno) è facile intuire come il termine boletus ben si adatti a una molteplicità di morfologie fungine. Ma non necessariamente e non sempre ha indicato quel Genere di funghi che, in un modo o nell'altro, costituiscono uno dei tanti motivi emotivi (e/o culinari) che ci fanno andar per boschi.

 

Infatti, per esempio, nella Roma antica stava ad indicare l'attuale Amanita caesarea, fungo del tutto diverso da quelli del nostro attuale Genere Boletus.

 

Ricordi dell'antica dizione boletus rimangono in molte voci dialettali italiane con cui si indica l'Amanita caesarea e anche qualche altro fungo sia del Genere Amanita che del Genere Agaricus); ecco qualche esempio:

 

Amanita caesarea = boêi, bolé, bole, bôle, bolé bon, boledo, boledro, bolé real, bolêider, boleo, boleo coco, boler ross, boletra, boletro, boloccio.

Amanita ovoidea = boeo, boêo gianco, boledro bianco, boleto bianco, boleto bianco buono, boletro bianco.

Amanita muscaria = bolé brut, bole fauss, bole mat, boledro malefigo, bolêider mat, bolet.

Amanita strobiliformis = boleto bianco, boleto bianco cattivo.

Agaricus arvensis = bolét bianc.

 

 

 

I "Suilli" degli antichi romani

 

Il termine che gli antichi romani usavano per quelli che oggi chiamiamo genericamente Porcini (cioè, principalmente, le quattro specie di Boletus più apprezzate: B. aereus, B. aestivalis, B. edulis, B. pinophilus facenti parte della Sezione Edules) era "Suilli" (dall'aggettivo latino suillus = relativo al maiale, suino, porcino; forse perché erano apprezzati come cibo dai maiali; così come, del resto, i maiali sono ghiotti dei tartufi). Il termine "porcino" nel senso attuale deriva proprio da una traduzione in italiano del termine latino suillus.

 

Plinio il Vecchio (Como, 23 d.C. - odierna Castellammare di Stabia, 24 agosto 79 d.C., durante l'eruzione del Vesuvio) scrive nel suo "Naturalis historia": "...un terzo genere di funghi, i Suilli, è molto incline al veleno...". I Suilli di cui riferisce Plinio (le attuali Boletaceae) erano reputati pericolosi perché annoveravano molte specie ritenute velenose: tali specie velenose si riconoscevano del "colore livido", ossia – diciamo oggi – dal viraggio bluastro della carne al taglio.

 

I Suilli al tempo di Plinio costituivano un importante articolo di commercio soprattutto nella versione essiccata; venivano importati dalla Bitinia (Asia Minore), confezionati in un modo che ancora qualche decennio fa era possibile vedere in alcuni nostri paesi: infilzati con un giunco o un filo sottile e posti a seccare sopra il focolare. Erano anche usati dai medici per curare alcuni mali: problemi intestinali, emorroidi, brufoli al viso, morsicature, ecc. Se ne preparavano anche colliri (prassi comune, del resto, con altre specie di altri Generi).

 

Plinio parla del pericolo costituito dai Suilli tossici: essi avevano provocato (sempre secondo la testimonianza di Plinio) stragi di intere famiglie e la morte di Anneo Sereno, tribuno della coorte pretoriana di Nerone, oltre ad altri commensali.

 

Sempre dagli scritti di Plinio si deduce come fosse del tutto particolare il modo con cui i Suilli venivano differenziati tra tossici e mangerecci: la commestibilità era dovuta in gran parte alla crescita presso alcune piante anziché altre. Erano considerati mangerecci (o comunque innocui) quelli nascenti presso le conifere, il fico, la ferula; tossici invece quelli nascenti sotto le querce, i faggi, i cipressi. È possibile che, raccogliendo informazioni sui funghi nelle varie regioni dell'Impero, si siano create confusioni o equivoci tra i Suilli e altre specie. È vero che i Suilli tossici per gli antichi romani erano quelli che comportavano viraggio della carne al taglio ma (lo sappiamo oggi) anche i più tossici fra gli attuali Boletus è molto improbabile che producano stragi di intere famiglie! È più probabile che le stragi di cui parla Plinio siano dovute al consumo di altre specie estranee alle Boletacee; e la prima imputata di queste stragi è l'Amanita phalloides: infatti l'A. phalloides non cresce sotto le conifere, mentre è comunissima sotto le querce e i faggi; inoltre presso le radici della ferula si trova il Pleurotus eryngii (il "cardoncello"), molto diffuso nell'Italia peninsulare e insulare, ricercato ed apprezzato da antichissima data. Da qui la credenza che l'ambiente di crescita potesse influire sulla commestibilità o meno dei funghi.

 

 

 

Ancora sul nome Boletus

 

Il termine boletus nel corso dei secoli ha cambiato quindi significato, andando a indicare raggruppamenti fungini diversi. Vedremo in breve la sua evoluzione, in riferimento alla storia micologica italiana e non.

 

Plinio il Vecchio usava il termine Boletus per indicare l'Amanita caesarea (come era nell'uso nell'antica Roma) e scriveva: "...fra i cibi meno raccomandabili crediamo si debbano annoverare i Boleti...". La causa di questa scarsa raccomandabilità era, secondo Plinio, la facilità con cui i boleti (nel senso dato al termine nel linguaggio dell'antica Roma) potevano essere scambiati con specie velenose (basti pensare al pericolo per un cercatore inesperto di confondere l'Amanita caesarea con l'Amanita muscaria se non addirittura con l'Amanita phalloides).

 

Il termine Boletus continuò a indicare gli "Ovoli" per molto tempo ancora, sia nell'ambiente scientifico che in ambito popolare. Il medico di origine greca Paolo di Egina (615-690) continua a parlare di bolitai nel senso dell'attuale Amanita caesarea; e a questi assegna il primo posto come commestibilità, seguiti dagli amanitai comprendenti svariate tipologia fungine, tra cui anche gli attuali porcini.

 

Alla fine del Medioevo la situazione non era cambiata: ad esempio il filosofo-letterato-avvocato Ermolao Barbaro (1454-1492) pubblicava, tra gli innumerevoli suoi lavori di vario genere, il "Corollarium in Dioscoridem libri V" in cui si parla ancora di bolitai nel senso antico del termine (= Amanita caesarea).

 

 

 

I "Porcini" e la loro "velenosità" secondo il Mattioli

 

Il medico Pier Andrea Mattioli (Siena 1500-Trento 1577), ai suoi tempi molto famoso, nella sua opera "Commentarii in Pedacii Dioscoridis Anazarbei de Materia Medica" (Venezia, 1554) discute tra l'altro di piante per uso farmacologico e di commestibilità o meno di alcuni funghi; in alcuni capitoli è possibile leggere informazioni sui "Porcini" oltre che sui "Prugnoli":

 

"...in Italia la zona più fertile di funghi è la Toscana, ove fra tutti gli altri hanno la preferenza quelli che si chiamano Prignoli, che nascono ogni anno in aprile, alle prime piogge. E sono odorosissimi, gradevolissimi al gusto e senza pericolo."

 

Il termine "prignoli" è rimasto poi in alcuni dialetti dell'Italia meridionale per indicare i "prugnoli" = Calocybe gambosa. E prosegue: "Stimansi oltre questi quelli chiamati Porcini; cotti prima nell'acqua, poi infarinati e fritti, sono molto gradevoli al gusto, benché più pericolosi di tutti gli altri. Infatti tra queste specie, più che tra tutte le altre, si trovano funghi malefici e mortali. Ma le persone avvedute distinguono benissimo i velenosi quando li preparano per la cottura. Infatti essi, tagliati, cambiano il loro colore più volte. A quanto ho veduto io stesso, quando si spezzano diventano prima verdi, poi di colore rosso nerastro e quindi blu scuro, che alla fine si converte in nero...".

 

Negli scritti del Mattioli si trova quindi un preciso riferimento al nome volgare "porcini" nel senso attuale: evidentemente una traduzione in italiano dall'antico termine latino "suilli". E si ritrova qui, messa a chiare lettere, la constatazione della velenosità dei Porcini dalla carne virante; constatazione che si rifà sicuramente agli scritti di Plinio e che, data la grande risonanza che avevano gli scritti del Mattioli all'epoca e in seguito, ha contribuito alla larga diffusione e all'ostinata persistenza a livello nazionale della credenza (falsa!) relativa alla velenosità dei Porcini a carne virante. Per rendere ancora più esaurienti le sue osservazioni il Mattioli scrive anche che: "...pertanto io trovo che coloro che furono vittime di avvelenamenti da funghi, per la maggior parte avevano mangiato i Porcini malefici cotti interi sulla graticola o sui carboni. Infatti, apparecchiandoli in tal modo senza romperli, non si poté esaminarli come conveniva."

 

Per inciso occorre ricordare che il Mattioli si rese "responsabile" di numerose altre imprecisioni (arrivate a lui da innumerevoli generazioni precedenti, e tramandate poi da altrettante generazioni future), tra le quali la più grave è di aver dichiarato che tutti i funghi che crescono sugli alberi sono innocui. Dice infatti: "...nascono i funghi non solamente sul terreno, ma anche sugli alberi. E questi funghi non sono pericolosi (purché non nascano sopra alberi velenosi) come quelli di terra; perché così non vi è pericolo che nascano su ferro, né su panno fradicio, né su serpente morto o altro animale velenoso..." Qui, evidentemente, il Mattioli riprende molte delle superstizioni/credenze popolari (in voga già dai tempi di Plinio e, sicuramente, anche prima) che tanti guai hanno provocato ai ricercatori...

 

 

 

I funghi del Cesalpino

 

Poco più giovane del Mattioli ma come lui famoso e celebrato medico, Pier Andrea Cesalpino (1519-1603) ha lasciato importanti studi sia nel campo della botanica che della fisiologia.

 

Considerò i funghi come piante prive di semi e li distinse in 17 gruppi fra cui i Suilli (i Boletus attuali) commestibili quelli a carne bianca e malefici quelli a carne che diventa livida; e i Boleti (le Amanita attuali, tra cui l'Amanita caesarea) a forma di uovo quando sono sotto terra.

 

In dettaglio il Cesalpino descrive così questi due gruppi di funghi, integrando le sue osservazioni anche con ricette culinarie (prassi che verrà seguita volentieri da molti studiosi-micologi successivi):

 

Suilli. "Volgarmente Porcini. Nascono sulle montagne, tra le eriche e le felci; sono più grossi e pesanti dei Boleti, di colore quasi fulvo nella parte superiore, grigio cenere in quella inferiore, bianco all'interno. Prima si cuociono, in modo che perdano l'acqua che contengono, poi si friggono in molto olio, dopo averli bene infarinati. Si conservano anche sotto sale, o essiccati al forno. Quelli velenosi si chiamano in volgare Malefici e non si possono riconoscere se non tagliandoli: la loro carne diventa immediatamente di colore livido; inoltre nella loro parte concava presentano un colore giallastro o verdognolo. Sono invece commestibili quelli a carne bianca."

 

Boleti. Ovoli. "Nascono dalla terra avvolti in una specie di membrana che li fa assomigliare a uova. Sono identici a quelli descritti da Plinio. Si mangiano fritti nell'olio o in casseruola. Ve ne sono di molto simili, ma velenosi, di colore rosso più acceso e con maggior numero di lamelle nella concavità del cappello."

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Origine e vicissitudini dei nomi Boletus e Suillus (seconda parte)

 

Ancora sui nomi "Boleti" e "Suilli"

 

Giovan Battista Porta (1540-1615), napoletano, appassionato cultore di scienze naturali e di matematica, fondò giovanissimo nella sua casa (nel 1560) un'accademia scientifica ("Academia secretorum naturae") il cui scopo primario era quello di spiegare i fenomeni naturali.

 

Per quanto riguarda il nostro argomento, sono degni di attenzione i lavori in cui il Porta descrive molte specie fungine, integrando tali scritti con alcune note riguardanti i nomi (dialettali o meno) che a tali specie venivano dati. A proposito del termine Boleti il Porta scrive: "...i migliori di tutti sono i Boleti, che vengono così chiamati in latino, ma che i Greci appellano bolìtai e i napoletani del nostro tempo Ovoli o Boloccioli, per l'aspetto che ricorda un uovo..." (evidentemente l'attuale Amanita caesarea).

 

Altrove il Porta scrive: "...seguono le Amanite, così chiamate dai greci, che corrispondono ai Suilli dei latini, ai Farnei di Apicio, e che i napoletani chiamano oggi Silli e Ammoniti..." (con evidenti corruzioni linguistiche da Suilli e da Amanitae; il termine Ammoniti si è poi perpetrato in parecchi nomi dialettali che vengono dati al Porcino in molte zone dell'Italia meridionale: "muniti", "municchi", "monete", ecc.). Si tratta proprio una sorta di "inversione" del significato che hanno attualmente i termini Boletus e Amanita.

 

Anche il naturalista palermitano Paolo Boccone (1633-1704) impiega il termine Boletus in modo del tutto estraneo a quanto siamo oggi abituati: in alcune sue opere ("Museo di piante rare" e "Museo di fisica ed esperienze" del 1697) il Boccone descrive 44 specie fungine con allegati vari disegni, tra cui un "Boletus violaceus exitialis" e un "Boletus fuscus, basi globosa". Dai loro disegni si può risalire rispettivamente ad un attuale Cortinarius violaceus e ad una attuale Calvatia excipuliformis: il termine boletus è dunque inteso proprio per trasmettere l'immagine di una "zolla", nel senso di qualcosa di più o meno rotondeggiante che "esce" dal suolo.

 

Uno dei più famosi botanici di tutti i tempi fu il francese Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708): fu direttore del "Jardin du Roi" e deve la sua fama soprattutto alla sua opera di sistematico. Tra le sue opere più importanti è "Elements de botanique" (1694) tradotto più tardi in latino ("Institutiones rei herbarie", 1700), considerato il caposaldo della botanica settecentesca pre-linneana. Applicando anche alla micologia i principi sistematici impiegati per la classificazione dei fiori, il Tournefort vi introduce per la prima volta una suddivisione in generi (abbastanza ben definiti nelle loro caratteristiche descrittive). Il Tournefort pone i funghi nella 17a e ultima classe in cui suddivide il Regno vegetale: la classe delle "Erbe e suffrutici sprovvisti di fiore e di seme"; e divide questa classe in 7 generi tra cui quelli che a noi interessano sono:

 

"Fungus: genere di piante formate da un cappello, da un gambo inserito nel primo; la parte convessa del cappello è raramente striata; quella concava, rivolta verso il basso, è percorsa da lamelle o da tubuli." Questo gruppo, quindi, può identificarsi grosso modo con la moderna "Classe dei Basidiomycetes" in cui l'imenio è esterno, cioè esposto all'aria, e che contiene –principalmente– gli Ordini Agaricales e Boletales.

 

"Boletus: genere di piante appartenenti ai funghi, ma ricoperti in gran parte da alveoli o da finestre." Il Tournefort ne descrive 7 specie, da cui si deduce che questo genere corrisponde alle odierne Morchellaceae, alle Clathraceae, ai Phallus.

 

Per quanto riguarda la "storia del termine Boletus" è chiaro che, all'inizio del '700, tale termine indica una nuova tipologia di funghi (Morchellaceae, Clathraceae e Phallus) che, di nuovo, sono molto lontani dai Porcini attuali che per il Tournefort facevano parte del "Genere Fungus".

 

Il termine Boletus è presente di nuovo nell'opera del medico e botanico tedesco Johann Jakob Dillen (= Dillenius, 1687-1747), considerato il padre della crittogamologia, specialmente per quanto riguarda i muschi. Il Dillenius suddivise i funghi in due gruppi principali, correggendo ed ampliando l'impostazione precedente data dal Tournefort:

 

1. Pileati et pediculo donati (ossia a cappello e gambo)

 

2. Pileo destituiti (ossia privi di cappello).

 

Nel primo gruppo si distinguono:

a] Genere Amanita: che comprendeva funghi lamellati

b] Genere Erinaceus: che comprendeva funghi aculeati

c] Genere Morchella: che comprendeva funghi scrobiculati

d] Genere Boletus: che comprendeva funghi porosi

 

Nel secondo gruppo si distinguono:

a] Genere Fungoides: che comprendeva funghi a gambo ramosi, non ramosi, terricoli, arboricoli.

b] Funghi sprovvisti di gambo:

-------- i) a forma piana e orizzontale: Genere Agaricus che comprendeva funghi lamellati, porosi, villosi, lisci, tubercolati

-------- ii) a forma concava:

................. # Funghi membranacei e molli: Genere Peziza

................. # Funghi pieni e subsferici:

-------------------------- 1. epigei: Genere Bovista

-------------------------- 2. ipogei: Genere Tubera

 

Questa classificazione nasce evidentemente da una mente ordinata e metodica che sapeva cogliere le caratteristiche morfologiche salienti e costanti delle varie specie in modo da catalogarle con cognizione di causa.

 

Per la prima volta nella storia il termine Boletus viene usato per indicare funghi con cappello e gambo e dotati di pori.

 

 

 

I Boletus e i Suillus dal Micheli al Fries

 

Pier Antonio Micheli (Firenze: 11 dicembre 1679 – Firenze: 1 gennaio 1737) è stato uno dei maggiori botanici italiani ed è considerato il vero fondatore della micologia. Si appassionò alla botanica fin da giovane e raccolse circa 19000 piante conservate poi in exsiccata. Ha dato un decisivo contributo allo studio dei funghi osservando le lamelle attraverso il microscopio, scoprendo per primo le spore. Verificò anche l'esistenza del velo universale e riuscì a dimostrare che i funghi si riproducono per mezzo di spore.

 

La sua classificazione dei funghi fu rivoluzionaria perché, oltre ai caratteri macroscopici, il Micheli si basò sull'osservazione delle spore, che all'epoca costituiva una novità assoluta. Nella sua sistematica il Micheli usa il termine Boletus per indicare le Morchellaceae, rifacendosi in parte agli scritti del Tournefort; mentre usa il termine Suillus per indicare funghi con imenio a tubuli e pori separabili dal cappello (ciò che oggi viene raggruppato sotto la Famiglia delle Boletaceae); il Micheli usa inoltre il termine Polyporus per quei funghi il cui imenio a tubuli non è saparabile dal cappello.

 

In seguito Linneo riprenderà il termine Boletus nella accezione del Dillenius e lo userà per indicare i funghi a tubuli e pori (sia terricoli che arboricoli: grosso modo ciò che oggi fa parte delle Famiglie delle Boletaceae e delle Polyporaceae); i suoi seguaci seguiranno le orme del loro maestro.

 

Elias Magnus Fries (Femsjö, 15 agosto 1794 – Uppsala, 8 febbraio 1878) è stato un micologo e botanico svedese. Studioso di sistematica micologica e di micologia descrittiva riconosciuto (assieme al Micheli) come il padre ed il massimo esponente della moderna micologia, descrive parecchie migliaia di funghi.

 

Sarà proprio il Fries a porre definitivamente fine al "peregrinare" del termine "Boletus", definendo il "Genere Boletus" così come oggi lo intendiamo. Nella diagnosi del Genere Boletus il micologo svedese scriveva: "Questo genere, istituito da Micheli, anche se sotto un altro nome (Suillus) è tra i più naturali e tutti i generi naturali sono i migliori e devono essere conservati". Infatti attualmente il Genere Boletus è, per correttezza scientifica, indicato nella sua interezza con: "Genere Boletus Dillenius: Fries".

 

Mentre per l'attuale Genere Suillus la dicitura scientificamente corretta è (in omaggio al micologo italiano Pietro Antonio Micheli): "Genere Suillus Micheli".

 

 

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Per quanto sono un assiduo "forummista",leggo solo oggi questa discussione e non posso che complimentarmi per l'interessantissima ricerca.Anche se non ero un appassionato di funghi(solo nel modo tradizionale e alimentare)voi Amintini Micologi e non, mi avete così coinvolto che nelle escursioni naturalistice-botaniche mi concedo il lusso (con dovuta cautela.... :unsure: di azzardare qualche determinazione,almeno nel genere). :clapping::clapping::clapping:

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Sto tenendo un ciclo di serate micologiche qui in Romagna, cercando di rendere un po' più interessanti e di diversificare i "soliti" argomenti: "Prime nozioni di Micologia", "Funghi da NON portare in tavola", "Funghi da portare in tavola". Preferisco non dire proprio tutto quello che si potrebbe e, piuttosto, avere un uditorio che dopo un'ora e passa è ancora attento, fa domande e qualcosa, poi, si ricorderà. Devo dire che questo... come si chiama, post?... mi è stato utilissimo e ne ho preso a piene mani. Forse a causa della mia cultura classica, mi piace inserire nei miei ppt riferimenti ad Autori antichi, etimologie, aneddoti, curiosità e storie varie. Grazie, Alessandro!

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3 ore fa, gacquaviva dice:

Sto tenendo un ciclo di serate micologiche qui in Romagna, cercando di rendere un po' più interessanti e di diversificare i "soliti" argomenti: "Prime nozioni di Micologia", "Funghi da NON portare in tavola", "Funghi da portare in tavola". Preferisco non dire proprio tutto quello che si potrebbe e, piuttosto, avere un uditorio che dopo un'ora e passa è ancora attento, fa domande e qualcosa, poi, si ricorderà. Devo dire che questo... come si chiama, post?... mi è stato utilissimo e ne ho preso a piene mani. Forse a causa della mia cultura classica, mi piace inserire nei miei ppt riferimenti ad Autori antichi, etimologie, aneddoti, curiosità e storie varie. Grazie, Alessandro!

Il merito non è certo mio :whistling:

e comunque sono veramente molto contento che questo "post" ti abbia fatto comodo per il ciclo di serate che stai presentando :clapping:

Ho solo cercato di estrapolare e di raggruppare per "tema", le molte e sparse notizie reperibili in letteratura.

Tra cui l'interessante lavoro (ormai un classico, che va per i 45 anni) di Giacomo Lazzari: "Storia della Micologia Italiana" (Arti Grafiche Saturnia).

:bye: Alessandro 

 

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