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Archivio Micologico

Lactifluus piperatus (L. : Fr.) Roussel 1806

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Lactifluus piperatus (L. : Fr.) Roussel; Regione Lombardia; Luglio 2013; Foto e commento di Massimo Biraghi.

Latice biancastro, immediatamente bruciante, Pileo di aspetto leggermente corrugato, più evidente verso il marcine del cappello, colorazioni biancastre con macchie bruno-ruggine irregolari, lamelle serrate biancastre con riflessi rosati, imbrunenti all tocco o per vetustà.

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Confronto tra le due specie: a sinistra L. piperatus, a destra L. glaucenses.

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Reazione alle basi forti, in questo caso KOH 30%; subnulla in Lactarius piperatus, decisamente giallo-arancio in Lactarius glaucenses.

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Foto d'insieme delle due specie per meglio osservarne le caratteristiche macroscopiche diverse.

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Lactifluus piperatus (L. : Fr.) Roussel; Regione Umbria; Luglio 2014; Foto di Mario Iannotti.

Molto abbondante nei boschi termofili appenninici, si caratterizza per avere le lamelle anche nei soggetti adulti molto fitte e strette, il latice piccante, bianco immutabile.

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Un primordio ed un esemplare adulto, le lamelle in entrambi restano molto fitte.

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Lactifluus piperatus (L. : Fr.) Roussel; Regione Toscana; Giugno 2016; Foto di Alessandro Francolini.

Fungo tossico dal sapore molto acre; latice bianco, lattiginoso, acre e bruciante, immutabile se isolato, con leggere sfumature giallastre se essiccato sulle lamelle; lamelle molto fitte e strette. Colori biancastri su tutta la superficie, con sfumature rugginose sul cappello in vecchiaia; cappello asciutto che a maturità tende a diventare imbutiforme; gambo di solito attenuato alla base. Ubiquitario e molto comune in estate-autunno, sotto latifoglie e aghifoglie.
Gli è simile Lactarius glaucescens (più raro) che ha latice bianco ma virante al bluastro-verdastro se essiccato sulle lamelle. Gli altri “classici” lattari bianchi (L. vellereus
 e L. bertilloni) sono di taglia maggiore e hanno lamelle spaziate e spesse.
In Italia tale fungo (o qualche specie molto affine) fu descritto per la prima volta da Giovan Battista Della Porta (1540-1615) filosofo, scienziato, alchimista e commediografo del Rinascimento italiano; nel libro X della sua opera del 1592 Villae libri XII, in cui descrive accuratamente molti esemplari fungini, troviamo scritto: “Vi è un fungo chiamato Piperitis, perché pizzica la lingua a chi ne mangia e fa bruciare le fauci come fosse pepe; anch’esso nasce d’autunno, è di colore bianco e viene chiamato dal volgo Peperella”.
In tale Peperella, micologi moderni vedono appunto il L. piperatus; probabilmente nel ‘500 era un fungo apprezzato come condimento in quanto sostitutivo del pepe, spezia che veniva importata dall’Oriente a carissimo prezzo; l’uso commestibile non si è peraltro esaurito col passare dei secoli.

Dal (nuovo) Tutto Funghi, Scheda 167, Pag. 284: “Specie velenosa, responsabile di sindrome gastroenterica incostante. Chiamato volgarmente Peveraccio, è ancor oggi praticata l’usanza di ridurlo in polvere dopo averlo essiccato al sole, e utilizzarlo come surrogato del pepe per speziare carni e pietanze, usanza che ovviamente deploriamo. Altre dicerie popolari vogliono che la sua comparsa nei boschi preceda di qualche giorno la crescita dei primi porcini estivi (Boletus reticulatus).”

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